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L’intelligenza artificiale applicata alle note cliniche: verso una mente estesa dialogica al servizio del pensiero terapeutico

Negli ultimi tempi si è parlato molto di intelligenza artificiale applicata alla psicologia e alla psicoterapia. Spesso però il dibattito oscilla tra due estremi opposti:

  • da un lato l’entusiasmo ingenuo di chi immagina IA capaci di “fare terapia”;
  • dall’altro il rifiuto totale di chi considera impossibile qualsiasi integrazione significativa tra clinica e strumenti artificiali.

La mia impressione, dopo alcune prove pratiche sul campo, è che il punto realmente interessante sia altrove.

L’IA non sembra particolarmente utile come sostituto del terapeuta. Può però diventare qualcosa di molto diverso: uno strumento di supporto al pensiero clinico.

Un test concreto

Ho effettuato una prova utilizzando l’export clinico della mia applicazione per psicoterapeuti, CliniNote.

iconaAppL’idea dell’app non è costruire un semplice archivio di sedute o di appunti, ma una cartella clinica intelligente: uno spazio capace di aiutare il terapeuta a mantenere continuità mentale sul processo terapeutico, tenere traccia del lavoro svolto, riflettere su cosa modificare o migliorare.

Per il test ho esportato quindi tutte le note reali relative ad un paziente seguito in psicoterapia individuale. Il materiale non consisteva quindi in una relazione ordinata o in una formulazione già strutturata, ma in ciò che spesso costituisce davvero il lavoro clinico quotidiano:

  • osservazioni sparse,
  • intuizioni,
  • riflessioni sula relazione terapeutica,
  • dubbi tecnici,
  • ipotesi ancora parziali,
  • appunti relazionali,
  • obiettivi terapeutici.

In sostanza: frammenti vivi di pensiero clinico.

Ho quindi chiesto all’IA di:

  • riassumere il funzionamento del paziente,
  • descrivere l’andamento della terapia,
  • individuare i nuclei centrali,
  • proporre spunti operativi.

Il risultato è stato sorprendentemente utile. Non perché l’IA abbia “inventato” interpretazioni geniali o sostituito il ragionamento clinico.

Ma perché è riuscita a:

  • integrare note sparse,
  • riconoscere pattern ricorrenti,
  • collegare elementi distanti,
  • distinguere contenuto e processo,
  • evidenziare sequenze relazionali centrali,
  • restituire una formulazione coerente e leggibile.

In altre parole: ha funzionato come una sorta di supervisore riflessivo leggero.

Il punto cruciale: il valore nasce dal dialogo

La parte più interessante dell’esperienza però non è stata la capacità dell’IA di organizzare i dati. È stato il dialogo instaurato nella chat, fatto di domande e risposte, cambi di direzione, aggiunte, revisioni.

Ed è qui, probabilmente, che emerge il vero valore clinico di questi strumenti.

Quando un terapeuta riflette su un paziente, raramente il processo è lineare.
Il pensiero clinico procede spesso in forma dialogica:

  • si formula un’ipotesi,
  • la si mette in dubbio,
  • emergono contraddizioni,
  • alcuni elementi acquistano centralità,
  • altri perdono importanza,
  • il significato si riorganizza progressivamente.

Il dialogo con l’IA sembra ricalcare proprio questo processo interno. Non si tratta semplicemente di interrogare una banca dati intelligente o un sistema predittivo. L’IA diventa un interlocutore riflessivo, un assistente con cui dialogare.

E il valore non nasce soltanto dalle informazioni già presenti nel modello, ma da ciò che emerge durante l’interazione tra clinico e IA. È il dialogo tra terapeuta e IA che produce nuove connessioni, chiarisce intuizioni implicite e organizza il pensiero clinico.

Una mente estesa… ma dialogica

Per certi versi, questo utilizzo dell’IA si avvicina al concetto di mente estesa.

La teoria della mente estesa sostiene che i processi cognitivi non risiedano interamente dentro l’individuo, ma possano distribuirsi anche in strumenti esterni:

  • appunti,
  • libri,
  • dispositivi,
  • ambienti di lavoro,
  • sistemi simbolici.

Le note cliniche stesse rappresentano già una forma di mente estesa: servono a mantenere continuità, memoria e organizzazione del processo terapeutico.

Ma qui emerge qualcosa di nuovo. Non soltanto un’estensione della memoria o dell’archiviazione cognitiva, quanto una variante dialogica della mente estesa.

Uno spazio esterno che non si limita a conservare informazioni ma risponde, riformula, collega, rilancia ipotesi, stimola nuove associazioni.

Ed è proprio questa componente dialogica a renderlo clinicamente interessante.

Perché il pensiero terapeutico non è soltanto logico o teorico. È anche: riflessione, oscillazione, dubbio, sensibilità relazionale, organizzazione progressiva del significato.

L’interazione con l’IA sembra poter esternalizzare e facilitare una parte di questo lavoro mentale.

La qualità dell’IA dipende dalla qualità del terapeuta

Questo test ha mostrato anche un altro aspetto fondamentale: l’IA non crea profondità clinica dal nulla ma dipende enormemente dal materiale che il clinico immette e dalla sua capacità di riflettere e dialogare sul paziente.

Ho rifatto lo stesso test partendo questa volta  però da note scarne e poco interessanti, cioè prese solo come cronaca o descrizione di episodi, e limitando al minimo la mia riflessione dialogica sugli output della IA. Invece di impostare un dialogo con la IA, instradando e monitorando il flusso di pensiero, le chiedevo semplicemente cosa fare e come. Il materiale risultante è stato  conseguentemente molto scadente, arrivando talvolta a suggerirmi interventi o letture francamente fuorvianti, conoscendo il paziente.

Se le note cliniche sono quindi:

  • burocratiche,
  • standardizzate,
  • esclusivamente descrittive,
  • prive di riflessione,

l’output sarà inevitabilmente superficiale.

Se invece contengono:

  • ipotesi autentiche,
  • osservazioni relazionali,
  • elementi dinamici,
  • attenzione al processo e al paziente,
  • dubbi clinici reali,

allora l’IA può diventare uno strumento di elaborazione estremamente interessante.

In altre parole, la qualità dell’output dipende dalla qualità del pensiero clinico del terapeuta. Questo punto è importante anche eticamente e teoricamente. Il clinico non perde centralità. Anzi.

Resta lui:

  • a vivere la relazione,
  • a cogliere il clima emotivo,
  • a sentire le proprie reazioni al paziente,
  • a produrre significati,
  • a valutare ciò che abbia senso clinico,
  • ad avere una propria prospettiva psicopatologica e psicoterapeutica,
  • a decidere la direzione terapeutica.

L’IA non sostituisce la mente clinica. Può però aiutare quella mente a lavorare con maggiore continuità, chiarezza e organizzazione.

L’IA non sostituisce la supervisione

Ed è probabilmente questo il punto più maturo e realistico dell’intera questione. L’intelligenza artificiale non sostituisce neanche la supervisione clinica tra pari o con terapeuti esperti.

Non sostituisce:

  • l’esperienza clinica,
  • il confronto umano,
  • l’intuizione relazionale,
  • la profondità emotiva della supervisione,
  • la complessità delle reazioni anche emotive  vissute.

Piuttosto, sembra configurarsi come un nuovo strumento di pensiero. Uno spazio intermedio che si colloca tra:

  • la raccolta delle note cliniche e delle osservazioni (CliniNote),
  • la riflessione personale del terapeuta dopo la seduta e “a freddo” (CliniNote + IA),
  • e il successivo momento di condivisione, confronto e supervisione con colleghi o esperti.

In questa prospettiva, l’IA potrebbe aiutare il clinico a:

  • mantenere continuità mentale sul caso,
  • organizzare il materiale,
  • evidenziare pattern ricorrenti,
  • formulare ipotesi,
  • chiarire dubbi,
  • prepararsi meglio alla supervisione reale.

Il centro del processo resta quindi il terapeuta.

 

Conclusioni

Forse è proprio questa la direzione più interessante: non costruire “terapeuti artificiali”, ma strumenti capaci di sostenere il lavoro riflessivo del clinico. Non un sostituto della mente terapeutica, né una scorciatoia per lavorare di meno o per alleviare la responsabilità delle scelte cui un terapeuta è costantemente chiamato. Ma una “superficie dialogica” di elaborazione che aiuti il terapeuta a pensare in modo più continuo, profondo e organizzato lungo il processo di cura.

Il paziente se ne avvantaggerà sicuramente, perché avrà un terapeuta che riflette di più, e non di meno, sul caso clinico.

Sfera del giudizio in psicoterapia

Il lavoro sulla sfera del giudizio del paziente è uno degli ambiti più importanti e delicati della psicoterapia.

Il giudizio avviene rapidamente, spontaneamente, in maniera pre-riflessiva e talvolta inconsapevole. È impossibile “non giudicare”, poiché si tratta di una funzione mentale basilare, strettamente legata alla sopravvivenza. Le sue radici affondano in predisposizioni biologiche molto precoci, osservabili già nei primi comportamenti del neonato: movimenti di avvicinamento o allontanamento, accettazione o rifiuto, ingestione o espulsione (come nel riflesso di suzione o nello sputare ciò che è sgradevole). Queste risposte elementari costituiscono una prima forma di valutazione del mondo in termini di favorevole o sfavorevole per l’organismo. Con lo sviluppo, tali schemi di base si arricchiscono e si trasformano attraverso le esperienze relazionali, in particolare nelle relazioni di accudimento e nelle dinamiche familiari e sociali. Da questo intreccio tra predisposizioni biologiche e apprendimenti si strutturano progressivamente le dicotomie valutative più complesse con cui interpretiamo la realtà: buono-cattivo, sicuro-pericoloso, giusto-sbagliato, sano-malato, ecc. Fino ad arrivare a quella che, nell’adulto, possiamo definire la sfera del giudizio.

Mentre la percezione apre le porte alla esplorazione del mondo, il giudizio serve quindi ad attribuire ad esso un valore per potersi adattare; il giudizio riguarda il “fare”, poiché orienta l’azione. Siccome però la percezione non è un processo autonomo e indipendente, i giudizi in qualche modo la orientano e condizionano. Nella massima disfunzionalità, il giudizio invade la percezione così tanto da alterare la conoscenza del reale; nel funzionamento sano, invece, la percezione resta “abbastanza” indipendente dai giudizi che si compongono.

Intervenire sui modi in cui il paziente valuta, interpreta e giudica situazioni, relazioni ed esperienze è uno dei compiti più frequenti della psicoterapia. In questa area si distinguono spesso assetti valutativi che aiutano il soggetto ad orientarsi nella vita rispetto a  modalità di giudizio più rigide o distorte, che possono alterare la lettura della realtà e generare sofferenza. Lavorare su questi processi significa entrare in contatto con la storia del paziente, con il suo modo attuale di stare nel mondo e con le direzioni possibili del suo sviluppo.

Ma proprio qui emerge una delle complessità maggiori del lavoro psicoterapeutico: il giudizio del paziente viene inevitabilmente letto e valutato attraverso il giudizio del terapeuta. Anche il terapeuta, infatti, è portatore di postulati, convinzioni, valori, appartenenze culturali, condizionamenti sociali e schemi personali. Anche il suo modo di percepire e comprendere la realtà non è mai del tutto neutrale.

Per questa ragione, il lavoro sulla sfera del giudizio espone in modo particolare al rischio che si introducano nel processo terapeutico elementi non sufficientemente elaborati del terapeuta stesso: sue rigidità, preconcetti, distorsioni, preferenze valoriali, zone cieche. In questa area, il rischio non è soltanto tecnico, ma anche etico e relazionale, perché il terapeuta dispone del ruolo, del mandato e dell’autorità per intervenire su convinzioni, valori e modalità valutative del paziente.

Questa dimensione del terapeuta riguarda, da un lato, il rapporto tra consapevole e inconsapevole, e l’addestramento a muoversi fra di essi; dall’altro, il grado di maturazione personale, di libertà interiore e la capacità di auto monitoraggio durante il lavoro. Non si tratta mai di una questione definitivamente chiusa, risolta: è un’area che richiede un continuo lavoro di apertura, consapevolezza, monitoraggio e verifica.

Per questo, nel lavorare sulla sfera del giudizio del paziente, è necessario procedere con particolare cautela. Il terapeuta non dovrebbe intervenire in modo spontaneo o immediato, ma solo dopo un’attenta riflessione clinica ed esplorazioni sufficientemente approfondite. È opportuno intervenire con tecniche specifiche solo quando vi siano elementi ragionevolmente chiari per ritenere che una certa modalità di giudizio del paziente sia effettivamente disfunzionale, rigida, inaccurata o dannosa per il suo adattamento, per la sua libertà interiore, per il perseguimento dei suoi bisogni e obiettivi di vita o per gli altri. E dopo che il terapeuta abbia inoltre verificato i propri giudizi, ed i postulati o credenze che dallo sfondo li sostengono, raggiungendo una sufficiente chiarezza personale.

Quando invece tutto ciò non è ancora sufficientemente chiaro, è preferibile sospendere l’intervento trasformativo e continuare il lavoro di comprensione, sia del mondo interno del paziente sia delle risonanze personali del terapeuta. È proprio questo uno degli ambiti in cui la supervisione clinica può risultare preziosa, soprattutto quando emergono dubbi, impasse, risonanze intense o il sospetto che il giudizio del terapeuta stia interferendo con la lettura del caso.

Tecniche e Obiettivi: il cuore del Progetto Terapeutico

In psicoterapia, le tecniche rappresentano gli strumenti operativi del terapeuta, i mezzi attraverso i quali egli tenta di produrre un cambiamento. Tuttavia, come ogni strumento, una tecnica è efficace solo se usata al momento giusto, per lo scopo giusto e con la persona giusta.

Per questo motivo, non si dovrebbero mai usare le tecniche prima di una buona valutazione e della definizione degli obiettivi. Senza una comprensione chiara del funzionamento del paziente, della sua storia, delle sue risorse e delle sue difficoltà, si rischia di intervenire in modo casuale, guidati più dal repertorio personale del terapeuta che dai reali bisogni della persona.

Una valutazione accurata permette invece di costruire un progetto terapeutico coerente: di capire dove si vuole andaree perché. Solo a partire da questa chiarezza è possibile scegliere come arrivarci, cioè quali tecniche applicare.

Più gli obiettivi sono chiari e specifici, più è facile individuare le tecniche adeguate. Quando si sa che cosa si vuole ottenere — ad esempio favorire l’espressione emotiva, aumentare la consapevolezza corporea, rinforzare la regolazione cognitiva o migliorare la qualità relazionale — il ventaglio delle tecniche possibili si restringe e si orienta naturalmente. Che è poi il risultato atteso che ci immaginiamo utilizzando la tecnica. È la logica dei problemi–obiettivi–tecniche d’intervento: un modo di pensare che rende il lavoro più preciso, intenzionale ed efficace.

Alcune volte è utile definire al paziente che si userà una specifica tecnica, sia per prepararlo sia per addestrarlo ad un utilizzo che diventi poi autonomo, o per chiedere il suo consenso in caso ve ne sia la necessità. Altre volte, ma dipende dalla bravura del terapeuta e dal grado di sintonia col paziente, le tecniche si utilizzano in modo sfumato e continuativo, durante l’incedere della seduta. Si innestano cioè senza soluzione di continuità col dialogo in corso, divenendo quasi un atteggiamento del terapeuta.

Infine, anche quando la tecnica è stata scelta con cura, il lavoro del terapeuta non è concluso. Ogni intervento deve essere accompagnato dall’atteggiamento dell’esploratore o del ricercatore, che osserva con attenzione se quella tecnica, in quella relazione e con quel paziente, funziona davvero o meno.

La psicoterapia non è un’applicazione meccanica di strumenti, ma un processo di ricerca continua: ogni seduta è un piccolo esperimento clinico in cui il terapeuta formula ipotesi, agisce, osserva gli effetti e, se necessario, modifica la rotta.

Così le tecniche diventano strumenti di pensiero, non solo di azione: servono non per applicare protocolli, ma per comprendere più a fondo il paziente e accompagnarlo nel suo percorso di cambiamento.
In fondo, la buona tecnica è quella che si adatta al progetto, e il buon progetto è quello che sa evolvere grazie alle tecniche che si mettono alla prova.

L’efficacia della psicoterapia

Le ricerche sull’efficacia della psicoterapia sono oggi numerose e concordano su un punto: la psicoterapia funziona. I dati mostrano che, in media, una persona che intraprende una terapia sta meglio del 75-80% delle persone che non ricevono alcun trattamento. Inoltre nei disturbi in cui è indicato anche l’uso di farmaci — come ad esempio nella depressione maggiore o nei disturbi d’ansia più gravi — gli studi confermano che la combinazione di psicoterapia e trattamento farmacologico produce risultati migliori e più stabili nel tempo rispetto ai soli farmaci. In molti casi, la terapia aiuta anche a ridurre le ricadute e a favorire una gestione più consapevole dei sintomi.

Da molti anni la ricerca scientifica cerca di rispondere a una domanda cruciale: che cosa rende efficace una psicoterapia? Gli studi condotti da autori come Michael Lambert e John Norcross hanno mostrato che il successo di un trattamento non dipende solo dal modello teorico o dalle tecniche impiegate né solo dalla “bravura” del terapeuta, ma da una combinazione di fattori comuni che attraversano tutti gli approcci. Tra questi, i principali sono:

  • Alcune caratteristiche del cliente, come la motivazione, le risorse personali, la rete di sostegno e le condizioni di vita, la capacità di essere resiliente;
  • La relazione terapeutica, intesa come fiducia, empatia, buona comunicazione e collaborazione reciproca;
  • L’esperienza del terapeuta e la padronanza delle tecniche e del proprio modello teorico, che forniscono coerenza e strumenti operativi;
  • Le aspettative e la speranza di cambiamento, che sostengono la motivazione ed il perseguimento degli obiettivi;
  • Gli eventi esterni alla terapia, che possono interferire o favorire il processo di crescita.

Questa visione fondata sui fattori comuni alle terapie “che funzionano” ha rivoluzionato il modo di intendere la psicoterapia. Da qui nasce l’idea di una terapia ‘più precisa’ (Precision Therapy), un’evoluzione che punta a costruire percorsi realmente personalizzati ed efficaci: la terapia viene adattata alla persona, non la persona al modello, in funzione dei fattori realmente efficaci sopraelencati.

La “terapia di precisione” invita il clinico a monitorare continuamente l’andamento del percorso, valutare l’efficacia delle proprie scelte e modificare la direzione quando necessario. È un approccio dinamico che integra intuizione, esperienza clinica e dati osservabili per massimizzare l’impatto del trattamento.

Un buon terapeuta, in quest’ottica, non si limita a seguire un protocollo ma, anche attraverso la tecnica, coltiva una relazione viva, osserva, misura, riflette e aggiusta il percorso, proprio come un artigiano che affina continuamente il proprio lavoro.

Infine, al di là dei proclami e di alcuni studi non pienamente validi sul piano delle conclusioni, la ricerca è chiara: non esiste un modello superiore agli altri, né una corrispondenza certa tra una categoria di sintomi e uno specifico approccio terapeutico. Ciò che conta davvero, se si vuole ragionare su ciò che viene dal modello di riferimento, senza del quale ovviamente non si potrebbe neanche lavorare, è l’esperienza del professionista nell’utilizzarlo con competenza e flessibilità, agendo con consapevolezza sui fattori che la scienza ha dimostrato essere realmente efficaci.

Le domande guida che possono accompagnare il terapeuta, formato ed esperto nel suo modello, mentre segue il suo progetto terapeutico, se vuole divenire più efficace, sono le seguenti:

  • come migliorare la qualità della relazione terapeutica, l’empatia e la comunicazione?
  • come sostenere la motivazione del paziente? come proteggerla dagli urti e dai fallimenti?
  • come spronarlo alla resilienza? da quali esperienze e capacità cominciare?
  • come utilizzare al meglio le sue risorse personali? come reperirne altre, se serve?
  • come sostenere le sue aspettative sulla terapia e sulla guarigione, o come spronarlo a modificarle, se inadeguate?
  • come aumentare il bagaglio delle mie esperienze e conoscenze di terapeuta? sia in generale sia rispetto ai problemi e sintomi che il paziente mi porta?

Il Progetto Terapeutico

Può aiutare avere un’idea di cosa si muove dietro le quinte di un trattamento psicologico, dietro ciò che fa o non fa lo psicologo quando lavora per aiutare il suo paziente. Il progetto terapeutico è quella sorta di intelligenza silenziosa che il paziente non vede ma permette allo psicologo di procedere, che guida i passi da seguire durante il trattamento.

Non è possibile non avere un progetto. Anche quando improvvisiamo, in realtà seguiamo spontaneamente uno schema implicito, una traccia interna che orienta il nostro modo di ascoltare, di intervenire, di reagire. Ma abbiamo meno controllo, meno efficacia. Proprio per questo è utile che il professionista lavori invece consapevolmente al progetto terapeutico, per ridefinirlo nel tempo e renderlo più preciso, efficace e coerente con l’evoluzione del paziente e della relazione.

Un buon progetto nasce da una valutazione accurata: la conoscenza delle caratteristiche del paziente, del suo contesto di vita, della storia personale, delle risorse disponibili e dei limiti attuali. È importante individuare il livello di gravità strutturale, la quantità e severità dei sintomi, nonché le capacità adattive e relazionali. In base a questa analisi si può collocare il caso specifico all’interno di una tipologia di riferimento, prevista dal proprio modello teorico, che funge da mappa iniziale per orientarsi.

Questo “appaiamento” tra persona e prototipo clinico permette di delineare una prima bozza di progetto terapeutico, che poi va raffinata tornando alla singolarità del paziente: nessun individuo coincide pienamente con un modello, ma il modello può aiutare a leggere e comprendere meglio l’individuo.

Il modello di riferimento è dunque necessario come filtro e guida: aiuta a formulare ipotesi, definire obiettivi realistici, prevedere la possibile sequenza delle fasi del trattamento, scegliere le tecniche più indicate e adottare un atteggiamento terapeutico coerente.

Ma un progetto, per quanto ben formulato, resta materia viva e in trasformazione. È buona prassi rivederlo periodicamente, verificarne la coerenza con ciò che accade in seduta, adattarlo ai cambiamenti del paziente e agli imprevisti del processo terapeutico. Un buon progetto non è mai rigido ma flessibile, come deve esserlo anche il terapeuta: dotato di uno schema elastico e capiente, capace di contenere e orientare senza irrigidire.

cartella clinicaInfine una buona cartella clinica , altra tipica attrezzatura dietro le quinte del trattamento, non è solo un archivio di informazioni, ma uno strumento di pensiero. Annotare, riflettere, aggiornare le ipotesi e i passaggi del percorso aiuta il terapeuta a mantenere chiarezza e continuità, e a costruire un progetto terapeutico coerente, dinamico e realmente adeguato alla persona che ha di fronte. Che siano appunti sparsi o schedario organizzato, annotare, riflettere, conservare, riguardare, modificare, sono operazioni silenziose e continue che un buon professionista compie continuamente e che aiutano a ridefinire il progetto globale d’intervento.

Una buona occasione, anzi due…

Porta aperta su campagna

Settembre ed ottobre sono mesi caldi per la Psicologia italiana e per ogni persona che necessita di un aiuto psicologico!

Due distinte iniziative consentiranno di accedere gratuitamente al trattamento psicologico presso professionisti qualificati (tra cui il sottoscritto) e scelti direttamente dall’utente.

Si tratta del Bonus Psicologico (link al sito dell’INPS) e del progetto Vivere Meglio (link al portale). In breve similitudini e differenze.

Similitudini:

  • per entrambi si accede tramite un portale internet dedicato, dal quale si viene poi indirizzati al professionista di riferimento
  • sono totalmente gratuiti per l’utente, poiché a carico degli enti che li hanno predisposti
  • è tutelata la riservatezza dell’utente (privacy)

Differenze:

  • il Bonus Psicologico è un fondo utilizzabile liberamente dall’utente, per qualsiasi bisogno psicologico, disagio, sintomo o quadro clinico
  • il progetto Vivere Meglio riguarda in maniera specifica i disturbi ed il disagio collegati ad ansia e depressione, mentre esclude altri tipi di richieste o problematiche.
  • Vivere Meglio prevede un protocollo specifico di intervento focale breve, validato scientificamente, cui il professionista deve attenersi, e si conclude necessariamente in un tempo prestabilito (10-12 sedute)

La direzione emotiva

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La direzione emotiva.

Ovvero il valore delle emozioni.

L’Homo Sapiens è pieno di emozioni, è un fatto biologico, determinato dal codice genetico, che lascia poi all’interazione tra individuo (maturazione dell’organismo) e ambiente (sollecitazioni del contesto) il come, quando e quanto tale fatto debba realizzarsi. Sin dalla nascita proviamo emozioni, chi più chi meno, e del resto la stessa nascita presuppone che due persone abbiano provato emozioni tra loro. Proviamo emozioni  sempre: quando diamo il peggio di noi, così da non sembrare più tanto Sapiens, quando diamo il meglio che possiamo, meritando appieno il titolo di Homo. 

Le emozioni ci orientano nel mare delle relazioni e degli incontri che viviamo ogni giorno per garantirci il benessere o addirittura la sopravvivenza, sia quando la vita in gioco è quella biologica, fatta di tessuti e funzioni da preservare, che quella psicologica, fatta di esperienze, ambizioni e rapporti umani da coltivare. In entrambi i casi le emozioni ci aiutano a reagire in fretta, per  facilitare la vita. Così come ingerendo un cibo ne avvertiamo il sapore e valutiamo in fretta la bontà o la pericolosità, proseguendo a masticarlo o sputandolo, allo stesso modo appena entriamo in relazione con qualcosa o qualcuno abbiano una reazione emotiva, ovvero avvertiamo il valore che ha per noi (positivo o negativo per la sopravvivenza) e quindi reagiamo intraprendendo spontaneamente la direzione idonea (avvicinarsi o allontanarsi). Dall’incrocio di  queste due dimensioni fondamentali, valutazione (positiva/negativa) e direzione (avvicinarsi/allontanarsi), emergono le quattro emozioni fondamentali, dalle quali scaturiscono nel corso dello sviluppo tutte le altre, così come dai pochi colori di base, mescolando bene emergono infinite tonalità e sfumature di colori. 

Piano cartesiano delle emozioni

Piano cartesiano delle emozioni

Se riteniamo un’esperienza positiva, se ci fa bene, allora spontaneamente tendiamo ad essa, che sia una persona, un oggetto o un pensiero, per goderne e prolungare l’incontro: questa è la gioia, che spinge a unirsi, condividere, facilitare la vita. Ma se per motivi vari  dobbiamo invece allontanarcene, separarci, terminare l’incontro con cosa o chi per noi è vitale, nutriente, ecco che la tristezza ce lo segnala in un attimo e per molto tempo ancora: è la perdita,  che sprona a proteggere e conservare ciò che è importante. Sia gioia che tristezza ci informano dunque sull’importanza positiva che una cosa, persona, pensiero o situazione ha per il nostro benessere, e facilitano l’apprendimento e la memorizzazione di tutto ciò.

Ma se invece qualcosa ci minaccia? Se qualcosa o qualcuno è pericoloso per l’idea cha abbiamo di noi stessi o per la nostra vita biologica, che fare? Beh se appare troppo forte rispetto alle nostre capacità, conviene scappare, evitare, allontanarsi per proteggersi, ed ecco che la paura, con la sua scarica di adrenalina ed il cuore che accelera ci aiuta a correre via veloci, fuggire per salvare la vita. Invece se riteniamo di poterlo affrontare e sconfiggere, allora la rabbia ci dona la forza e la determinazione per combattere e “annientare” la minaccia, affrontare per affermare la nostra visione delle cose o la nostra vita. Che sia quindi la tigre che ci vuole mangiare o la persona che ci crea problemi, la paura e la rabbia ci guidano nel gestire il pericolo e nel valutare cosa fare, e ci aiutano a ricordarlo bene per le future evenienze.

Ogni emozione quindi ci segnala in maniera intuitiva, pre-verbale e pre-riflessiva il valore che diamo all’esperienza in atto (cos’è, com’è, che fare), e lo comunica anche agli altri membri della specie, così che possano interagire meglio con noi, in base a quello che stiamo provando. Ogni emozione inoltre sollecita a catena nell’altro le sue reazioni emotive. Anzi, limitatamente a quella parte di mondo emotivo che condividiamo con le altre specie, lo segnala pure a quegli animali che possono decifrare le nostre reazioni emotive.  Le emozioni quindi comunicano agli altri, oltre che a noi stessi, chi siamo, come stiamo e la direzione che intraprendiamo.

Le emozioni si stratificano e creano una “storia” dentro di noi. Così come il nostro corredo genetico è infatti la sintesi di millenni di evoluzione, e quindi in una singola vita ne racchiude migliaia di migliaia di precedenti, allo stesso modo la reazione emotiva di un momento è la sintesi di tutte le esperienze emotive che abbiamo compiuto nella nostra personale esistenza e condensa in un attimo tutto ciò che abbiamo vissuto, agito o subito, tutto ciò che sappiamo, che abbiamo imparato e in cui crediamo.

In quale modo poi le emozioni prendono forma da persona a persona, come e se si sviluppano in maniera sana e adeguata, quanto sono visibili o meno, quanto si è in grado di riconoscerle e capirle, quanto di modularle ed usarle in maniera complessa e articolata… questo non è dovuto ai cromosomi (se non in rari casi) ma alla vita che viviamo e all’interazione con le persone che incontriamo, soprattutto nell’età dello sviluppo. Questa è la parte che il nostro codice genetico lascia decisamente all’ambiente, che per l’Homo Sapiens è sia fisico che sociale, è la vita vissuta, con le persone e le situazioni incontrate. Ma questa è un’altra questione, da approfondire altrove magari, é il discorso sullo sviluppo emotivo.

Per il momento ci basti sapere e ricordare che ogni volta che proviamo un’emozione rispetto a qualcuno o qualcosa fuori (eventi, persone, interazioni) o dentro  (pensieri, fantasie, sensazioni, ricordi, ecc.) di noi, gli stiamo attribuendo un determinato valore personale, soggettivo ed importante. Le emozioni ci immettono così nella direzione che spontaneamente sentiamo di assumere, e per questo motivo vanno ascoltate e comprese.

Se poi la direzione intrapresa spontaneamente sia o meno veramente la migliore per noi, in un dato momento, ovvero la più vantaggiosa, bisogna fare ricorso ad un’altra risorsa che l’evoluzione ci ha offerto, la capacità di ragionare, di analizzare e riflettere, anche sulle proprie emozioni, e valutare se inibirle, seguirle, aumentarle o “trasformarle”. Ma anche questo è un altro discorso, quello sul pensiero che da forza al nostro agire e sulla capacità di modulare le emozioni, invece che scaricarle in presa diretta.

Il sapere emotivo ha bisogno della ragione per funzionare meglio ed essere veramente al servizio della vita, così come il sapere razionale ha bisogno delle emozioni per essere concreto, restare umano e condurre alla soddisfazione dei nostri bisogni e aspirazioni.

Per concludere con un motto che ci riporti, così come in apertura, alla nostra appartenenza di specie, potremmo dire che la parte Sapiens del nostro essere Homo è molto più emotiva, quindi, di quel che comunemente riteniamo.

 

La Rabbia (Video – La Rabbia e  Articolo)

La Tristezza

La Paura

La Gioia

Aiuto, mi sveglio paralizzato!!!

CE564D29-989B-4A4B-B0C4-DBB00A583F85Remo, così chiameremo questo giovane di circa vent’anni, mi scrive perché è spaventato e confuso, di recente si è svegliato per ben due volte con il lato destro del corpo (braccia e gambe) paralizzate e da allora vive in costante apprensione perché non capisce cosa gli stia accadendo. Ha effettuato le visite neurologiche del caso, con esito negativo, ed il neurologo ha suggerito alla sua famiglia di consultare uno psicologo, ritenendo probabile che il fenomeno sia dovuto a problemi emotivi. Mi specifica nella prima mail che non sa null’altro di quello che gli accade e che al neurologo e al medico di base non ha saputo fornire risposte ad alcune domande che riguardavano i suoi vissuti, le sue emozioni, il suo mondo interno. Per Remo queste paralisi vengono dal nulla, sono una interruzione brusca e violenta nel suo normale fluire quotidiano.

La consulenza è durata in tutto sette contatti, di cui la maggior parte via mail e due in videochiamata nella fase centrale del lavoro. Alla fine del percorso di consulenza Remo ha acconsentito che la sua esperienza venisse qui raccontata, proteggendo ovviamente ogni dato che lo potesse identificare. Su richiesta ha fornito al sottoscritto un disegno (test carta e matita), ha compilato un questionario sui sintomi ed un’intervista semistrutturata sul profilo di personalità, tutto via mail.

Esplorazione del problema e profilo di personalità.

Le prime interazioni via mail hanno  avuto lo scopo di esplorare insieme a Remo le caratteristiche di queste paralisi, i fattori scatenanti e le circostanze emotive e relazionali nelle quali si sono verificate. Il consulente forniva a Remo una serie di domande mirate, alle quali il giovane doveva rispondere liberamente. Dall’insieme di queste interazione e dall’interpretazione dei test somministrati il consulente ha potuto effettuare varie ipotesi, da controllare nelle successive interazioni.

Colpisce di Remo una seria difficoltà a usare le parole per descrivere la sua vita emotiva, che pure si presenta all’inchiesta viva e forte, fatta anzi di impulsi e comportamenti non ben modulati a volte, cosa che da piccolo gli ha creato seri problemi a scuola. Remo ha tanta energia e reagisce immediatamente agli stimoli ma non ha parole e pensieri per descrivere, contenere e capire ciò che gli accade. Sia le risposte libere alle domande, sia i test somministrati vanno in questa direzione. Quindi alle richieste dirette di raccontare i propri vissuti egli non sa rispondere, e questo è il motivo dei silenzi dinanzi ai medici che ha incontrato o con la madre che cercava giustamente di capire cosa accadesse. Ma se lo si fa parlare della sua giornata, come in una cronaca, emergono tumulti emotivi e reazioni impulsive degne di un romanzo di fine ottocento. Remo non è alessitimico (severa difficoltà a comprendere e descrivere le proprie emozioni, con un associato grado di atonia emotiva) è semplicemente non alfabetizzato a riflettere sulle emozioni e sulle relazioni in cui è immerso. Vive tutto in presa diretta. Questo tratto appartiene anche alla sua famiglia, composta di una madre separata ed un fratello maggiore di tre anni. Dal suo racconto il consulente riesce a far emergere due circostanze importanti: la prima è lavorativa, Remo sta avendo problemi col suo collega di rango superiore, che per alleggerirsi approfitta della sua situazione di comando per far lavorare più del dovuto il giovane. Remo lavora come scaricatore di camion insieme al conducente, che però è anche referente e responsabile delle consegne per la ditta che li fa lavorare, ed inoltre ha anche un contratto a tempo indeterminato e lavora da anni, mentre Remo è in contratto formazione, con scadenza a dieci mesi e rivalutazione a termine della sua condizione. Remo è arrabbiato col collega per i soprusi e per i brutti modi ed è spaventato di poter perdere il posto, anche perché ha già cominciato ad agire impulsivamente qualche volta, passando dalla parte del torto e concedendo al più smaliziato e navigato nemico/collega frecce al suo arco, se vuole, rispetto all’azienda. Remo si sta avvitando in una situazione in cui la sua impulsività potrebbe fargli perdere il lavoro, e sta accumulando rabbia e paura, che cominciano a cedere. Remo ha solo due modalità di gestione delle emozioni problematiche: o la scarica diretta e impulsiva, o la repressione totale.

La seconda circostanza degna di essere sottolineata riguarda invece la famiglia: la madre è una persona molto ansiosa, con la quale Remo intrattiene ancora un rapporto di non completa separazione ed autonomia emotiva. Quando per la prima volta Remo si è svegliato con il lato destro bloccato, la madre si è spaventata più del figlio e si è agitata a tal punto che per molti minuti si è assistito a scene intense e drammatiche e solo il fratello maggiore ad un certo punto ha saputo portare tutti al pronto soccorso. Ai colloqui coi medici spesso i figli hanno dovuto prendersi cura della madre e non viceversa come dovrebbe essere. Il secondo episodio è stato quindi ancora più intenso e drammatico del primo ed inoltre ha posto Remo, che già non sa usare tanto le parole per descrivere gli avvenimenti, in condizione di non chiedere troppo ne approfondire troppo coi medici. Ecco perché ha richiesto una consulenza in linea su internet e non dal vivo; non sapeva come altro fare per chiedere aiuto e informazioni senza allertare o coinvolgere direttamente la madre, che deve poi gestire invece di concentrarsi su di sé. Quanto fin qui esposto è il frutto del lavoro di consulenza, che ha saputo tirar fuori, organizzare e narrare ciò che Remo da solo non sapeva vedere e definire, eppure c’era. Questa restituzione lo ha aiutato molto, perché gli ha permesso di vedere un senso chiaro e definito lì dove esperiva solo cose incomprensibili. Pur non avendo ancora risolto il problema, almeno cominciava a intravedere una cornice che legava il suo sintomo al resto della sua vita e al momento difficile che stava attraversando.

Dietro al sintomo, il problema.

Chiedo più volte a Remo di ricordare se avesse fatto qualche sogno le notti degli episodi di paralisi, ma Remo non ne ricorda nemmeno in generale. Lui dice che non sogna. Gli spiego che anche se non siamo risusciti a far emergere alcun sogno l’ipotesi più logica che posso prospettargli è la seguente. Lui è un giovane che non sa gestire bene le emozioni che gli capitano con le persone, soprattutto quelle problematiche, eppure è una persona ricca di emozioni e di obiettivi, inoltre sa prendersi cura della madre ed è molto responsabile per l’età che ha; lavora e vuole guadagnare per aiutare la famiglia e per costruirsi un futuro, cerca di comportarsi bene con tutti, anche con la sua ragazza ed i suoi familiari. Quando però c’è un problema nella relazione con un’altra persona, non sa come fare e reprime la sua rabbia o la paura; questa però si accumula ed ad un certo punto lo spinge ad agire impulsivamente e a sbagliare, come successo in alcuni degli episodi sia lavorativi che privati che nella sua “cronaca” mi ha raccontato e come gli accadeva già da bambino. In questo periodo la forte tensione sul lavoro lo sta mandando spesso sotto stress e sta accumulando rabbia (verso il collega) e paura (di sbagliar e perder il lavoro), e già qualche volta ha perso il controllo. A tutto ciò lui reagisce, nel tentatvo di controllarsi, con ulteriore repressione: reprime la rabbia e la paura, e cerca di distrarsi come può. Ma a questo punto, gli spiego, i suoi pensieri continuano necessariamente a tornare sul problema, ed assieme ai pensieri ritornano le emozioni relative. Probabilmente fa molti sogni agitati in cui prova rabbia e paura (la madre gli dice che si move molto nel sonno e sembra agitato, anche se poi lui al risveglio non ricorda nulla), forse vorrebbe reagire o colpire (lato destro del corpo, il giovane è destrorso e mi ha confidato che spesso durante le ‘arrabbiature’ sul lavoro gli viene la fantasia di picchiare a calci e pugni il collega) ma deve anche bloccarsi e reprimersi per non fare un guaio. Probabilmente nei due episodi occorsi l’agitazione del sogno è salita troppo e si è risvegliato con “nel corpo” ancora la paura, la rabbia e l’autoimposizione di bloccare il corpo per non aggredire. A questo punto però, da sveglio, si è ritrovato in una scena agitata che ha fatto sparire la componente di rabbia e ha esaltato quella di paura: da un lato ha visto la madre agitarsi, strillare e andare in tilt, dall’altro non riusciva a muovere il lato destro del corpo ed è andato nel panico, non capendo cosa stesse accadendo e non potendo ricordare i contenuti del sogno che gli avrebbero permesso di ricollegare braccia e gamba all’azione vissuta e inibita nel sogno. Quando è andato dal neurologo non sapeva tutto ciò e non poteva quindi spiegarlo; questo ha confermato in lui e nella madre il timore che si trattasse di un fatto organico, anche di fronte al parere del neurologo e alle indagini oggettive negative.

Conclusioni e verifica.

Spiego a Remo che a questo punto l’ipotesi che le paralisi siano dovute a fattori psicologici è molto plausibile, sia perché le indagini neurologiche non hanno evidenziato problemi organici, sia perché il suo profilo di personalità e la situazione di stress in cui si trova sono tali da consentire un sintomo del genere. Una prima indicazione quindi che discende da questa analisi è che Remo deve prendere atto che non sa ancora gestire le sue emozioni come si dovrebbe e che inoltre non sa capire e descrivere il suo mondo interno, i suoi vissuti, le sue emozioni, quindi non sa di conseguenza nemmeno definire bene con se stesso e con l’altro qual è il problema che lo attanaglia. Inoltre ha solo due modalità di modulazione delle emozioni: la scarica diretta e la repressione, e sono troppo poco per la sua età e per le esigenze della vita personale e lavorativa. Il suo collega e la situazione lavorativa vanno sicuramente in qualche modo affrontate e gestite ma in maniere che lui ancora non sa immaginare e attuare, e non può continuare solo a reprimersi, per poi scattare all’improvviso. Ha quindi tre aree di lavoro psicologico da affrontare: capire le proprie emozioni e le relazioni umane all’interno delle quali si verificano, imparare a parlarne e a rifletterci, costruire strategie di modulazione delle emozioni e di intervento più avanzate e funzionali. La paralisi è quindi un sintomo che si spiega in tale contesto psicologico e che tra l’altro non è ciò che più lo deve preoccupare. L’importante è ciò che viene prima e che ha causato questo sintomo: da un lato il problema sul lavoro, dall’altro le sue carenze psicologiche. Gli spiego inoltre che il fatto che comprenda bene tutto ciò quando glie lo spiego e che sappia farmi domande adeguate quando ne parliamo è per me un buon indicatore prognostico, che significa che può imparare molto ed in un tempo ragionevolmente breve. C’è bisogno però che si faccia seguire da uno psicologo e siccome la distanza territoriale che ci separa è troppa, deve rivolgersi ai servizi di zona (che lo aiuto a reperire). Vorrei però che di tanto in tanto mi aggiornasse della situazione.

A distanza di qualche settimana Remo mi scrive per dirmi che tutto quel che è venuto fuori dalla consulenza lo ritiene ancora vero e lo ha capito proprio bene, e che ha prenotato un incontro con uno psicologo del suo territorio. Mi chiede di essere accompagnato in questa fase, cosa che avviene con successo. A distanza di 6 e poi 12 mesi ci risentiamo e sono lieto di riscontrare notevoli migliorie, non solo perché le paralisi non si sono più presentate e al loro posto stanno emergendo i sogni, ma anche perché da come mi parla si vede che sta imparando molto con il collega sui tre punti definiti alla fine della consulenza. Sul lavoro le cose vanno meglio, anche se il collega è ancora un “problema” da gestire, ma va molto meglio. Mi ringrazia ancora e mi promette che mi farà sempre grande pubblicità, io lo ringrazio per il suo entusiasmo e gli ricordo che la porta, o meglio la mail, è sempre aperta.

L’emergenza e questa strana clausura.

EmozioniL’attuale emergenza legata al Coronavirus ci costringe ad una strana clausura, in contatto digitale con tutti, se vogliamo, ma distanti da tutte le nostre abitudini. Passato l’ineludibile  stupore iniziale siamo adesso immersi in un osservatorio unico e per certi versi privilegiato sulle nostre abitudini. Le cose importanti che quotidianamente diamo per scontate  adesso ci mancano e la loro assenza, sebbene possa provocar danni, potrebbe anche spingerci a riflettere con maggiore acutezza. La così tanto ovvia quotidianità, quasi mai oggetto di riflessione, adesso, da assente, esige di essere compresa.

Molti dei miei pazienti sono in questi giorni confusi ed hanno reazione emotive che non si aspettavano, nel bene e nel male. Anche io ovviamente sono a volte disorientato da ciò che accade fuori e dentro di me. Alcuni dei miei pazienti però stanno sperimentando difficoltà più severe poiché hanno perduto una quotidianità che li conteneva emotivamente; sono persone che hanno ancora bisogno di molto contenimento “esterno” per poter vivere, sopravvivere, godere, costruire la propria esistenza.

Vorrei portare due brevi esempi. Il primo, una madre ed un bimbo di 9 anni, che chiameremo Antonio, con Sindrome dello Spettro Autistico, con cui lavoro da circa due anni. Bambino ad alto funzionamento, ma con un tratto iperattivo e oppositivo-reattivo che gli fa assumere di fronte alle frustrazioni comportamenti problematici e crisi agitative. Senza entrare nei dettagli del progetto riabilitativo e terapeutico, che vede coinvolti sia il bambino sia la madre, sia la famiglia, sia la scuola, posso affermare che nell’ultimo anno abbiamo raggiunto buoni risultati anche sull’aspetto strettamente comportamentale, ed una delle cose cha ha funzionato è stato l’inserimento guidato in contesti relazionali adeguati, attraverso una madre che ogni volta si prepara meglio a gestire il proprio figlio: la scuola (con la quale si è lavorato bene per integrare e facilitare il bambino rispetto alle sue difficoltà), lo sport, il gruppo del catechismo, il centro di riabilitazione. Adesso però Antonio e la madre sono chiusi in casa, non c’è la scuola, non c’è lo sport, non c’è il catechismo, il centro di riabilitazione é chiuso. Antonio sta regredendo velocemente, ritornando alle stereotipie ed ai comportamenti agitati del passato, imbrigliato in tablet, computer e televisori; la madre mi chiama disperata, non sa come fare, aveva imparato molto dalla terapia ma adesso che stanno chiusi in casa per tutto il giorno, le sane routine sono saltate e lei è sommersa da ciò che non sa gestire, è senza strumenti, è sola e teme giustamente di perdere in poche settimane due anni di prezioso e faticoso lavoro. Perché non scherziamo su questo e non prendiamoci in giro, per una madre di un figlio nello Spettro Autistico fare la madre è più difficile che per altre madri, e stare chiusi in casa in questo periodo di emergenza è più problematico e più gravido di conseguenze che per altre persone. Antonio e la madre hanno perso una struttura esterna (la quotidianità fatta di giornate organizzate ad hoc in posti in cui stare, persone da incontrare e attività specifiche da svolgere) che é altamente necessaria per offrire contenimento emotivo e comportamentale per entrambi. É importante capire che per loro non sono “solo” sospesi temporaneamente gli obiettivi di riabilitazione e crescita, per loro é saltato proprio tutto!

Secondo esempio, un altro paziente, uomo di oltre cinquant’anni, con una relazione coniugale problematica, un figlio grande col quale purtroppo il rapporto non ha mai funzionato tanto bene,  patologie pregresse, un rene in meno  e chemioterapici in atto, gravemente immunodepresso.  Lui è una di quelle persone che NON DEVE ASSOLUTAMENTE PRENDERE IL VIRUS. Una persona che ha riversato nel lavoro e nei contatti sociali quotidiani che ruotano attorno alla giornata lavorativa in ufficio, tutta la sua essenza vitale e tutta la densità relazionale di cui è capace. Adesso anche lui è disorientato, più spaventato di me e di molti altri poiché rischia davvero la vita ed ha perso la sua quotidianità “fuori casa”, il miglior antidepressivo che lo potesse mai curare finora. Ora è chiuso in casa con la sua famiglia che non è per lui fonte di benessere quanto luogo emotivamente problematico in cui districarsi, piuttosto che immergersi. Si, per fortuna c’è il lavoro agile da casa col computer e c’é il telefonino con dentro Whatsapp, Facebook e via dicendo, quindi la socialità “esterna alla famiglia” sopravvive in qualche modo per lui. Ma oltre la porta chiusa della stanza in cui per molte ore si rifugia, ci sono moglie e figlio, e la pressante vita familiare che non può essere più elusa con la solita apnea del week-end. Ed inoltre si stanno presentando violente crisi d’ansia, perché proprio la  vita “social” del telefonino lo bombarda ogni giorno di stimoli allarmanti che non dovrebbe recepire, perché la paura  di fronte a tali stimoli sale troppo per chi è immunodepresso e seriamente vulnerabile a questo virus.

Che si fa adesso??? Bisogna urgentemente riorganizzare la quotidianità, adattarsi attivamente, creare nuove abitudini, gestire le emozioni che arrivano amplificate e le relazioni familiari che possono essere problematiche o comunque difficili. Le videochiamate ci stanno aiutando, riusciamo a lavorare, seppur a distanza e senza la relazione fisica, che in un intervento psicologico è culla e strumento di intervento. Ma possiamo fare cose buone e traghettarci in questa fase di emergenza fino alla ripresa della normalità, cercano di non perdere troppo terreno nel frattempo. Queste persone hanno bisogno di un aiuto per adattarsi ad una situazione che gli ha tolto la struttura esterna che li conteneva e li faceva “funzionare”: la quotidianità fatta di luoghi, di incontri, di attività, di distrazioni (più o meno sane) dalle relazioni familiari difficili.

E allora, da questo osservatorio unico e privilegiato della strana odierna clausura cosa possiamo guardare? Che ciascuno di noi si appoggia alla propria quotidianità per darsi struttura, per regolare le proprie emozioni ed i propri conflitti interni, le proprie difficoltà e per puntare su ciò che lo fa vibrare e lo fa funzionare al meglio. Ma la stessa quotidianità che ci mostra cosa normalmente desideriamo e perseguiamo ci indica anche, se vogliamo vederlo, ciò da cui fuggiamo, le relazioni umane ed i comportamenti per noi difficili e problematici, quelli che ci spaventano o infastidiscono. Perché la quotidianità non è fatta solo dei luoghi in cui andiamo e delle persone che frequentiamo ma anche dei luoghi, delle persone e delle azioni che stabilmente evitiamo. Adesso questo diaframma contro ciò che stabilmente evitiamo potrebbe essere saltato e la sentinella che ci avvisa di ciò  sono le reazioni emotive “fastidiose” che in questa strana clausura si possono presentare. L’intensità di questo “fastidio” è inversamente proporzionale alla nostra maturazione psicologica, che porta con se anche una certa autonomia (o meglio una sana ed elastica dipendenza) dai contesti esterni e la capacità avanzata di riorganizzarci velocemente quanto le condizioni cambiano. Per la madre di Antonio e per il nostro cinquantenne le reazioni emotive di questi giorni sono forti, intense, e rischiano di instaurare un corto circuito in se stessi e nella famiglia in cui abitano; da soli non le riescono a gestire e per fortuna possono contare su un aiuto esterno. Le persone che hanno  ancora bisogno di un contenimento  esterno soffrono di più adesso, quelle che stanno “psicologicamente più avanti” soffrono di meno e si riadattano più agilmente. La sentinella può avere facce diverse per ognuno di noi ma per ciascuno una domanda vale: cosa voglio farne adesso delle cose che stabilmente evito? Questa clausura mi può aiutare a vederle chiaramente? Voglio cambiare qualcosa o è meglio che le tenga solo a bada per traghettarmi sino alla fine dell’emergenza?

Sia per cambiare (almeno un po’) sia per gestire al meglio le cose per noi problematiche e resistere fino alla fine del tunnel, bisogna saper ascoltare le emozioni di paura o di rabbia, di sconcerto e di tristezza, allertate dalla perdita della quotidianità, dall’obbligo di confrontarsi con ciò che di solito si evita, e cercare di cogliere il messaggio, cercare di capire cosa di solito evitiamo e perché ci crea così tanti problemi.

E se vogliamo, se ci dedichiamo anche a ciò che viene da dentro, andrà tutto bene…

 

La consulenza in linea, esiste?

Le nuove tecnologie aprono nuove possibilità. È avvenuto in passato con la carta stampata, con la radio e la televisione, accade oggi con “la Rete”. Gli psicologi hanno presenziato la prima, firmando articoli e rubriche; hanno abitato le seconde, sforzandosi di adattarsi a tempi stretti e inquadrature;  colonizzano oggi la terza, con siti, applicazioni e presenze nei social network. Ma come rispondere alle attese dei visitatori?

consulenza inlineaUna cosa, ad esempio, è parlare della bulimia, della fobia sociale  o dell’emergenza per diffondere le conoscenze disponibili o per sensibilizzare la popolazione, ed altra cosa è effettuare una consulenza psicologica ad una persona che soffre dell’una o dell’altra. Tra informazione e consulenza esiste una buona e sana linea di demarcazione. Nel primo caso l’obiettivo è esporre in maniera condivisibile l’argomento, affinché se ne abbia un’idea sufficientemente chiara. Nel secondo caso invece è del tutto inutile dissertare sull’argomento se non si trovano soluzioni o non si danno indicazioni utili per aiutare il richiedente, e si è inoltre vincolati alla verifica dei risultati. Nel primo caso bastano poche informazioni come punto di partenza per esporre la tematica, quindi una telefonata in diretta, una lettera alla redazione o un form su di un sito possono andare bene. Nel secondo caso non si può proporre niente se non dopo aver conosciuto bene la situazione specifica e la persona che la vive, senza cioè un lavoro attivo da ambo le parti (consulente e richiedente); si esige quindi un minimo di interazione, di continuità nel lavoro e tutta una serie di informazioni non verbali e relazionali che si possono cogliere solo nel rapporto interattivo col richiedente. Qui TV, radio e carta stampata risultano inadeguati allo scopo per via dei loro tempi, dei loro modi, dei loro obiettivi; Internet invece… dipende.

Si possono effettuare secondo me “consulenze in linea” e cioè rispondere alla domanda di una persona specifica, lontana e da conoscere, con un suo personale bisogno, prendendosi però il tempo che serve, interagendo online quel tanto che basta e con gli strumenti che la rete offre. L’importante è che sia richiedente che consulente abbiano ben chiara la distinzione tra informazione e consulenza, che hanno obiettivi, caratteristiche e livelli di approfondimento differenti.  Se è una consulenza infatti la risposta non può scaturire dalla semplice domanda iniziale ma da alcuni scambi di approfondimento e da una costruzione condivisa della definizione del problema, delle alternative di scelta possibili e della verifica dei risultati ottenuti.

Considerato infine che la consulenza online viene offerta di solito gratuitamente, può essere un’utile risorsa per chi avverte un bisogno psicologico da esplorare ma ancora non si sente sicuro o pronto per rivolgersi personalmente ad uno psicologo.

Leggi alcune consulenze…