Negli ultimi tempi si è parlato molto di intelligenza artificiale applicata alla psicologia e alla psicoterapia. Spesso però il dibattito oscilla tra due estremi opposti:
- da un lato l’entusiasmo ingenuo di chi immagina IA capaci di “fare terapia”;
- dall’altro il rifiuto totale di chi considera impossibile qualsiasi integrazione significativa tra clinica e strumenti artificiali.
La mia impressione, dopo alcune prove pratiche sul campo, è che il punto realmente interessante sia altrove.
L’IA non sembra particolarmente utile come sostituto del terapeuta. Può però diventare qualcosa di molto diverso: uno strumento di supporto al pensiero clinico.
Un test concreto
Ho effettuato una prova utilizzando l’export clinico della mia applicazione per psicoterapeuti, CliniNote.
L’idea dell’app non è costruire un semplice archivio di sedute o di appunti, ma una cartella clinica intelligente: uno spazio capace di aiutare il terapeuta a mantenere continuità mentale sul processo terapeutico, tenere traccia del lavoro svolto, riflettere su cosa modificare o migliorare.
Per il test ho esportato quindi tutte le note reali relative ad un paziente seguito in psicoterapia individuale. Il materiale non consisteva quindi in una relazione ordinata o in una formulazione già strutturata, ma in ciò che spesso costituisce davvero il lavoro clinico quotidiano:
- osservazioni sparse,
- intuizioni,
- riflessioni sula relazione terapeutica,
- dubbi tecnici,
- ipotesi ancora parziali,
- appunti relazionali,
- obiettivi terapeutici.
In sostanza: frammenti vivi di pensiero clinico.
Ho quindi chiesto all’IA di:
- riassumere il funzionamento del paziente,
- descrivere l’andamento della terapia,
- individuare i nuclei centrali,
- proporre spunti operativi.
Il risultato è stato sorprendentemente utile. Non perché l’IA abbia “inventato” interpretazioni geniali o sostituito il ragionamento clinico.
Ma perché è riuscita a:
- integrare note sparse,
- riconoscere pattern ricorrenti,
- collegare elementi distanti,
- distinguere contenuto e processo,
- evidenziare sequenze relazionali centrali,
- restituire una formulazione coerente e leggibile.
In altre parole: ha funzionato come una sorta di supervisore riflessivo leggero.
Il punto cruciale: il valore nasce dal dialogo
La parte più interessante dell’esperienza però non è stata la capacità dell’IA di organizzare i dati. È stato il dialogo instaurato nella chat, fatto di domande e risposte, cambi di direzione, aggiunte, revisioni.
Ed è qui, probabilmente, che emerge il vero valore clinico di questi strumenti.
Quando un terapeuta riflette su un paziente, raramente il processo è lineare.
Il pensiero clinico procede spesso in forma dialogica:
- si formula un’ipotesi,
- la si mette in dubbio,
- emergono contraddizioni,
- alcuni elementi acquistano centralità,
- altri perdono importanza,
- il significato si riorganizza progressivamente.
Il dialogo con l’IA sembra ricalcare proprio questo processo interno. Non si tratta semplicemente di interrogare una banca dati intelligente o un sistema predittivo. L’IA diventa un interlocutore riflessivo, un assistente con cui dialogare.
E il valore non nasce soltanto dalle informazioni già presenti nel modello, ma da ciò che emerge durante l’interazione tra clinico e IA. È il dialogo tra terapeuta e IA che produce nuove connessioni, chiarisce intuizioni implicite e organizza il pensiero clinico.
Una mente estesa… ma dialogica
Per certi versi, questo utilizzo dell’IA si avvicina al concetto di mente estesa.
La teoria della mente estesa sostiene che i processi cognitivi non risiedano interamente dentro l’individuo, ma possano distribuirsi anche in strumenti esterni:
- appunti,
- libri,
- dispositivi,
- ambienti di lavoro,
- sistemi simbolici.
Le note cliniche stesse rappresentano già una forma di mente estesa: servono a mantenere continuità, memoria e organizzazione del processo terapeutico.
Ma qui emerge qualcosa di nuovo. Non soltanto un’estensione della memoria o dell’archiviazione cognitiva, quanto una variante dialogica della mente estesa.
Uno spazio esterno che non si limita a conservare informazioni ma risponde, riformula, collega, rilancia ipotesi, stimola nuove associazioni.
Ed è proprio questa componente dialogica a renderlo clinicamente interessante.
Perché il pensiero terapeutico non è soltanto logico o teorico. È anche: riflessione, oscillazione, dubbio, sensibilità relazionale, organizzazione progressiva del significato.
L’interazione con l’IA sembra poter esternalizzare e facilitare una parte di questo lavoro mentale.
La qualità dell’IA dipende dalla qualità del terapeuta
Questo test ha mostrato anche un altro aspetto fondamentale: l’IA non crea profondità clinica dal nulla ma dipende enormemente dal materiale che il clinico immette e dalla sua capacità di riflettere e dialogare sul paziente.
Ho rifatto lo stesso test partendo questa volta però da note scarne e poco interessanti, cioè prese solo come cronaca o descrizione di episodi, e limitando al minimo la mia riflessione dialogica sugli output della IA. Invece di impostare un dialogo con la IA, instradando e monitorando il flusso di pensiero, le chiedevo semplicemente cosa fare e come. Il materiale risultante è stato conseguentemente molto scadente, arrivando talvolta a suggerirmi interventi o letture francamente fuorvianti, conoscendo il paziente.
Se le note cliniche sono quindi:
- burocratiche,
- standardizzate,
- esclusivamente descrittive,
- prive di riflessione,
l’output sarà inevitabilmente superficiale.
Se invece contengono:
- ipotesi autentiche,
- osservazioni relazionali,
- elementi dinamici,
- attenzione al processo e al paziente,
- dubbi clinici reali,
allora l’IA può diventare uno strumento di elaborazione estremamente interessante.
In altre parole, la qualità dell’output dipende dalla qualità del pensiero clinico del terapeuta. Questo punto è importante anche eticamente e teoricamente. Il clinico non perde centralità. Anzi.
Resta lui:
- a vivere la relazione,
- a cogliere il clima emotivo,
- a sentire le proprie reazioni al paziente,
- a produrre significati,
- a valutare ciò che abbia senso clinico,
- ad avere una propria prospettiva psicopatologica e psicoterapeutica,
- a decidere la direzione terapeutica.
L’IA non sostituisce la mente clinica. Può però aiutare quella mente a lavorare con maggiore continuità, chiarezza e organizzazione.
L’IA non sostituisce la supervisione
Ed è probabilmente questo il punto più maturo e realistico dell’intera questione. L’intelligenza artificiale non sostituisce neanche la supervisione clinica tra pari o con terapeuti esperti.
Non sostituisce:
- l’esperienza clinica,
- il confronto umano,
- l’intuizione relazionale,
- la profondità emotiva della supervisione,
- la complessità delle reazioni anche emotive vissute.
Piuttosto, sembra configurarsi come un nuovo strumento di pensiero. Uno spazio intermedio che si colloca tra:
- la raccolta delle note cliniche e delle osservazioni (CliniNote),
- la riflessione personale del terapeuta dopo la seduta e “a freddo” (CliniNote + IA),
- e il successivo momento di condivisione, confronto e supervisione con colleghi o esperti.
In questa prospettiva, l’IA potrebbe aiutare il clinico a:
- mantenere continuità mentale sul caso,
- organizzare il materiale,
- evidenziare pattern ricorrenti,
- formulare ipotesi,
- chiarire dubbi,
- prepararsi meglio alla supervisione reale.
Il centro del processo resta quindi il terapeuta.
Conclusioni
Forse è proprio questa la direzione più interessante: non costruire “terapeuti artificiali”, ma strumenti capaci di sostenere il lavoro riflessivo del clinico. Non un sostituto della mente terapeutica, né una scorciatoia per lavorare di meno o per alleviare la responsabilità delle scelte cui un terapeuta è costantemente chiamato. Ma una “superficie dialogica” di elaborazione che aiuti il terapeuta a pensare in modo più continuo, profondo e organizzato lungo il processo di cura.
Il paziente se ne avvantaggerà sicuramente, perché avrà un terapeuta che riflette di più, e non di meno, sul caso clinico.
Le ricerche sull’efficacia della psicoterapia sono oggi numerose e concordano su un punto: la psicoterapia funziona. I dati mostrano che, in media, una persona che intraprende una terapia sta meglio del 75-80% delle persone che non ricevono alcun trattamento. Inoltre nei disturbi in cui è indicato anche l’uso di farmaci — come ad esempio nella depressione maggiore o nei disturbi d’ansia più gravi — gli studi confermano che la combinazione di psicoterapia e trattamento farmacologico produce risultati migliori e più stabili nel tempo rispetto ai soli farmaci. In molti casi, la terapia aiuta anche a ridurre le ricadute e a favorire una gestione più consapevole dei sintomi.
Infine una buona cartella clinica , altra tipica attrezzatura dietro le quinte del trattamento, non è solo un archivio di informazioni, ma uno strumento di pensiero. Annotare, riflettere, aggiornare le ipotesi e i passaggi del percorso aiuta il terapeuta a mantenere chiarezza e continuità, e a costruire un progetto terapeutico coerente, dinamico e realmente adeguato alla persona che ha di fronte. Che siano appunti sparsi o schedario organizzato, annotare, riflettere, conservare, riguardare, modificare, sono operazioni silenziose e continue che un buon professionista compie continuamente e che aiutano a ridefinire il progetto globale d’intervento.


Remo, così chiameremo questo giovane di circa vent’anni, mi scrive perché è spaventato e confuso, di recente si è svegliato per ben due volte con il lato destro del corpo (braccia e gambe) paralizzate e da allora vive in costante apprensione perché non capisce cosa gli stia accadendo. Ha effettuato le visite neurologiche del caso, con esito negativo, ed il neurologo ha suggerito alla sua famiglia di consultare uno psicologo, ritenendo probabile che il fenomeno sia dovuto a problemi emotivi. Mi specifica nella prima mail che non sa null’altro di quello che gli accade e che al neurologo e al medico di base non ha saputo fornire risposte ad alcune domande che riguardavano i suoi vissuti, le sue emozioni, il suo mondo interno. Per Remo queste paralisi vengono dal nulla, sono una interruzione brusca e violenta nel suo normale fluire quotidiano.
L’attuale emergenza legata al Coronavirus ci costringe ad una strana clausura, in contatto digitale con tutti, se vogliamo, ma distanti da tutte le nostre abitudini. Passato l’ineludibile stupore iniziale siamo adesso immersi in un osservatorio unico e per certi versi privilegiato sulle nostre abitudini. Le cose importanti che quotidianamente diamo per scontate adesso ci mancano e la loro assenza, sebbene possa provocar danni, potrebbe anche spingerci a riflettere con maggiore acutezza. La così tanto ovvia quotidianità, quasi mai oggetto di riflessione, adesso, da assente, esige di essere compresa.