Il lavoro sulla sfera del giudizio del paziente è uno degli ambiti più importanti e delicati della psicoterapia.
Il giudizio avviene rapidamente, spontaneamente, in maniera pre-riflessiva e talvolta inconsapevole. È impossibile “non giudicare”, poiché si tratta di una funzione mentale basilare, strettamente legata alla sopravvivenza. Le sue radici affondano in predisposizioni biologiche molto precoci, osservabili già nei primi comportamenti del neonato: movimenti di avvicinamento o allontanamento, accettazione o rifiuto, ingestione o espulsione (come nel riflesso di suzione o nello sputare ciò che è sgradevole). Queste risposte elementari costituiscono una prima forma di valutazione del mondo in termini di favorevole o sfavorevole per l’organismo. Con lo sviluppo, tali schemi di base si arricchiscono e si trasformano attraverso le esperienze relazionali, in particolare nelle relazioni di accudimento e nelle dinamiche familiari e sociali. Da questo intreccio tra predisposizioni biologiche e apprendimenti si strutturano progressivamente le dicotomie valutative più complesse con cui interpretiamo la realtà: buono-cattivo, sicuro-pericoloso, giusto-sbagliato, sano-malato, ecc. Fino ad arrivare a quella che, nell’adulto, possiamo definire la sfera del giudizio.
Mentre la percezione apre le porte alla esplorazione del mondo, il giudizio serve quindi ad attribuire ad esso un valore per potersi adattare; il giudizio riguarda il “fare”, poiché orienta l’azione. Siccome però la percezione non è un processo autonomo e indipendente, i giudizi in qualche modo la orientano e condizionano. Nella massima disfunzionalità, il giudizio invade la percezione così tanto da alterare la conoscenza del reale; nel funzionamento sano, invece, la percezione resta “abbastanza” indipendente dai giudizi che si compongono.
Intervenire sui modi in cui il paziente valuta, interpreta e giudica situazioni, relazioni ed esperienze è uno dei compiti più frequenti della psicoterapia. In questa area si distinguono spesso assetti valutativi che aiutano il soggetto ad orientarsi nella vita rispetto a modalità di giudizio più rigide o distorte, che possono alterare la lettura della realtà e generare sofferenza. Lavorare su questi processi significa entrare in contatto con la storia del paziente, con il suo modo attuale di stare nel mondo e con le direzioni possibili del suo sviluppo.
Ma proprio qui emerge una delle complessità maggiori del lavoro psicoterapeutico: il giudizio del paziente viene inevitabilmente letto e valutato attraverso il giudizio del terapeuta. Anche il terapeuta, infatti, è portatore di postulati, convinzioni, valori, appartenenze culturali, condizionamenti sociali e schemi personali. Anche il suo modo di percepire e comprendere la realtà non è mai del tutto neutrale.
Per questa ragione, il lavoro sulla sfera del giudizio espone in modo particolare al rischio che si introducano nel processo terapeutico elementi non sufficientemente elaborati del terapeuta stesso: sue rigidità, preconcetti, distorsioni, preferenze valoriali, zone cieche. In questa area, il rischio non è soltanto tecnico, ma anche etico e relazionale, perché il terapeuta dispone del ruolo, del mandato e dell’autorità per intervenire su convinzioni, valori e modalità valutative del paziente.
Questa dimensione del terapeuta riguarda, da un lato, il rapporto tra consapevole e inconsapevole, e l’addestramento a muoversi fra di essi; dall’altro, il grado di maturazione personale, di libertà interiore e la capacità di auto monitoraggio durante il lavoro. Non si tratta mai di una questione definitivamente chiusa, risolta: è un’area che richiede un continuo lavoro di apertura, consapevolezza, monitoraggio e verifica.
Per questo, nel lavorare sulla sfera del giudizio del paziente, è necessario procedere con particolare cautela. Il terapeuta non dovrebbe intervenire in modo spontaneo o immediato, ma solo dopo un’attenta riflessione clinica ed esplorazioni sufficientemente approfondite. È opportuno intervenire con tecniche specifiche solo quando vi siano elementi ragionevolmente chiari per ritenere che una certa modalità di giudizio del paziente sia effettivamente disfunzionale, rigida, inaccurata o dannosa per il suo adattamento, per la sua libertà interiore, per il perseguimento dei suoi bisogni e obiettivi di vita o per gli altri. E dopo che il terapeuta abbia inoltre verificato i propri giudizi, ed i postulati o credenze che dallo sfondo li sostengono, raggiungendo una sufficiente chiarezza personale.
Quando invece tutto ciò non è ancora sufficientemente chiaro, è preferibile sospendere l’intervento trasformativo e continuare il lavoro di comprensione, sia del mondo interno del paziente sia delle risonanze personali del terapeuta. È proprio questo uno degli ambiti in cui la supervisione clinica può risultare preziosa, soprattutto quando emergono dubbi, impasse, risonanze intense o il sospetto che il giudizio del terapeuta stia interferendo con la lettura del caso.